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Analisi toponimi capolouogo > Coran_da_Bast
DESCRIZIONE
La leggenda del bimbo morto
Vi racconto una leggenda, ma è allo stesso tempo un fatto veramente accaduto.
Una volta accadde che, in una famiglia di Berzo, un bimbo appena nato morì. Non era una cosa insolita per quei tempi, soprattutto dopo la guerra: infatti erano molti i bambini che morivano entro il primo anno di vita, in particolare a causa della fame e degli stenti.
Nonostante il lutto che aveva colpito la sua famiglia, l’uomo decise di recarsi ugualmente ad Ulda, perché aveva un carico di legname (le bure) da portare in segheria. Ma tutti lo rimproveravano per questa mancanza di sensibilità e gli dicevano che un figlio è pur sempre un figlio, e che era suo dovere di padre vegliare il bimbo morto. Ma lui, incurante di queste raccomandazioni, si incamminò verso il Viàl de le Urtìghe e, giunto al Coran da Bast, iniziò ad inerpicarsi per la Vià da le Prigale, lungo la quale aveva ammucchiato il suo legname. Forse la sua decisione era dettata dalla grande paura che glielo rubassero.
<In fondo – disse a mò di scusa - non sto andando a far festa, vado solo a lavorare>.
Caricata la legna sulla priàla, iniziò il cammino di ritorno. Giunto al Coràn da Bast con la priàla carica e pesante, il mulo che la trainava si imbizzarrì proprio davanti al gusgiöl di San Francesco. Il buon uomo non riusciva a calmarlo in nessun modo ed il mulo continuava ad alzarsi sulle zampe posteriori senza ascoltare i richiami del padrone. La paura iniziò ad aumentare perché, in tutto questo trambusto, sembrava che i nitriti assomigliassero al pianto di un bambino. Il pianto era ininterrotto ed ossessivo. L’uomo iniziò a chiedersi da dove provenissero quei lamenti, perché era ormai chiaro, che non potevano essere confusi con i nitriti del mulo. Disperato ed atterrito, abbandonò la priàla e corse a chiedere aiuto alle persone delle cascine vicine. Quando ritornò al punto in cui aveva abbandonato il legname, trovò la priàla con tutto il suo carico rovesciati lungo la scarpata. Il mulo era ancora molto agitato e continuava a sentirsi ostinato un pianto di bimbo, confuso con i nitriti del mulo. I contadini che erano accorsi ad aiutarlo iniziarono a sospettare che ci fosse qualcosa di strano. E chiesero all’uomo:
<Ma non ti è forse morto un bimbo ?>
< Sì – rispose lui – ma non può essere il pianto del mio bimbo, visto che è morto! Non so più cosa fare e cosa pensare…!>
<Come mai – lo incalzarono quelli – hai deciso di venire in paghèra, dato che tuo figlio è morto? Che mai ti è saltato in mente?>
Allora l’uomo iniziò ad intuire che quello fosse un segno e, temendo una punizione divina, prese a farsi il Santo segno della Croce.
< Non mi capiterà mai più di abbandonare un figlio – disse frastornato – né piccolo, né grande>.
Aveva capito che quel pianto sconsolato che si sentiva per la via era un richiamo del figlio, come se gli volesse dire:
<Papà, perché non stai qui con me? Perché…Perché?>
La lezione fu dura per il pover uomo. Si fece aiutare a raddrizzare la priàla e a rimettervi sopra tutto il carico e si avviò verso il paese. Portato il legname alla segheria, tornò a casa afflitto e provato, con il pensiero fisso che non avrebbe mai più permesso che accadesse una cosa simile, perché aveva capito di aver sbagliato mettendo al primo posto il lavoro anziché gli affetti e la sua famiglia.
(Testimonianza orale di Baccanelli Pierina, classe 1932 - Intervista realizzata da Cominassi Enrica e Mara).
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